BIOGRAFIA

BIOGRAFIA

Studio Azzurro: un’anima, tante mani

I’m a student and spend a lot of time doing homework. To get some free time I use https://writemyassignmentuk.org/ educational resource. This is very conveneint as while professionals do my assignment I can spend some time with my friends.

L’anima di Studio Azzurro è unica seppur contenuta in corpi differenti. È un’anima formata da molte persone che negli anni, per brevi o lunghi periodi, hanno contribuito con i propri pensieri e le proprie sensibilità a costruire un’atmosfera creativa unitaria, mantenendo una rotta e una coerenza di significati in un’attività molto articolata.

 

L’identità

Nel 1982 Fabio Cirifino, Paolo Rosa (1949-2013) e Leonardo Sangiorgi danno vita a un’esperienza che nel corso degli anni esplora le possibilità poetiche ed espressive dei nuovi linguaggi tecnologici. A loro si aggiunge, dal 1995 al 2011, Stefano Roveda, esperto di sistemi interattivi.

Attraverso la realizzazione di videoambienti, ambienti sensibili, percorsi museali, performance teatrali e film, disegnano un percorso artistico trasversale alle tradizionali discipline e formano un gruppo di lavoro aperto a differenti contributi e importanti collaborazioni. È così che Studio Azzurro prende la forma di un laboratorio di ricerca artistica spesso paragonato a una bottega rinascimentale.

Studio Azzurro nel 1982

I videoambienti, primi dispositivi di narrazione

La ricerca artistica, all’inizio, si orienta verso la realizzazione di videoambientazioni, in cui viene sperimentata l’integrazione tra immagine elettronica e ambiente fisico, perseguendo l’intento di rendere centrale lo spettatore e i percorsi percettivi in cui è iscritto.

I videoambienti sono macchine narrative basate su uno scenario fortemente connotato, su sequenze videoregistrate di piccoli accadimenti reiterati e su una composizione di monitor, che favorisce la dissoluzione dei limiti dello schermo. Alcune opere degli anni Ottanta (Luci d’inganni 1982, Il Nuotatore 1984, Vedute 1985), in cui ricorrono gli elementi della figura umana e della natura, vengono progettate in funzione del contesto spaziale e sociale che dovrà accoglierle.

Con gli anni Novanta la ricerca si apre anche alla “sensibilizzazione” dei sistemi di ripresa tipici del controllo e dell’ambito militare (camere termiche e all’infrarosso, camere a raggi X), che così utilizzati permettono di rendere manifesti aspetti del mondo non percepibili per i sensi dell’uomo (Il viaggio 1992, Il giardino delle cose 1992).

Studio Azzurro nel 1985

L’incontro con il teatro

Queste sperimentazioni sono applicate anche alle arti performative, con le quali si avvia un percorso negli stessi anni. L’integrazione tra azione teatrale e immagine video si realizza con l’invenzione della doppia scena, ovvero l’interazione in diretta tra corpo dell’attore e spazio virtuale del video (Prologo a un diario segreto contraffatto 1985, La Camera Astratta 1987, Delfi 1990). Con la fine degli anni Novanta, la scenografia diventa proiezione, in parte interattiva, assumendo una valenza che va oltre la semplice rappresentazione: i corpi danzanti interagiscono quasi ininterrottamente con l’ambiente circostante, rendendolo dinamico (The Cenci 1997, Il fuoco, l’acqua e l’ombra 1998, Giacomo mio, salviamoci! 1998, Galileo. Studi per l’Inferno 2006, Delfi, cantata 2016).

 

Il cinema, compagno di viaggio

L’attività cinematografica, iniziata con un paio di anni di anticipo rispetto alla data ufficiale di fondazione di Studio Azzurro, accompagna tutto il percorso artistico con la realizzazione di sei film tra cui Facce di festa (1980), L’osservatorio nucleare del signor Nanof (1985) e Il mnemonista (2000).

Studio Azzurro nel 1996

Gli ambienti (si fanno) sensibili

Nel 1995 si delinea un nuovo e fondamentale interesse per le questioni dell’interattività e del multimediale, con la realizzazione di una serie di lavori definiti ambienti sensibili. Si tratta di ambienti che hanno la capacità di reagire alle sollecitazioni di chi li pratica, in cui la tecnologia si fonde con la narrazione e con lo spazio.
La narrazione stessa deriva dalle scelte dei singoli e dalla presenza di più persone che interagiscono con i dispositivi non visibili, grazie a interfacce naturali che rispondono alle interazioni senza l’uso di protesi tecnologiche, ma attraverso l’utilizzo di modalità comunicative comuni: toccare (Tavoli 1995), calpestare (Coro 1995), emettere suoni (Totale della battaglia 1996), emettere un soffio (Il soffio sull’angelo 1997), tambureggiare insieme (Tamburi a Sud 2001), attraversare soglie (Dove va tutta sta gente? 2000).

Un particolare ruolo assume negli anni l’attenzione al Mar Mediterraneo, tessitura di genti, venti e culture. Dal 2002 è in corso un lungo viaggio lungo le sue sponde (Meditazioni Mediterraneo e Rivelazioni Mediterraneo), in cerca di quello che ci accomuna e che ha fatto di questo mare la culla di una straordinaria civiltà che oggi sembra perdere le proprie coordinate.

Studio Azzurro nel 1998

Il museo, un habitat narrativo

Dall’inizio degli anni Duemila, a questa ricerca si affianca il bisogno di un confronto con il territorio, con la sua identità e la sua memoria. La sperimentazione sull’intermedialità, come evoluzione consapevole della multimedialità, si indirizza verso la progettazione di mostre e percorsi museali che offrono una nuova modalità di fruizione per temi legati alla storia delle comunità territoriali. Il primo museo realizzato è il Baluardo, nel 1999.

Esempio paradigmatico dei musei di narrazione è il Museo Laboratorio della Mente a Roma (2008), che affronta la questione del disagio mentale e della sua segregazione con un percorso conoscitivo ed esperienziale, in cui Studio Azzurro dimostra l’interesse per “operazioni” oltre che per “opere”, che si connettono con il tessuto sociale e con le problematiche del territorio.

Due musei progettati e realizzati da Studio Azzurro sono stati premiati proprio in relazione al coinvolgimento dei visitatori: nel 2010 il Museo Laboratorio della Mente ha ricevuto il Premio ICOM Italia 2010 nella categoria “Museo dell’anno per l’innovazione e l’attrattività nei rapporti con il pubblico”; il Museo Minerario del Monte Amiata ha invece ricevuto il “Premio Silvia dell’Orso 2017 per la divulgazione culturale”.

Studio Azzurro nel 1999

I Portatori di storie, un ciclo aperto

Il confronto con i valori della memoria, dei luoghi e delle comunità, influenza notevolmente anche il percorso artistico, facendo nascere un nuovo ciclo di opere – i Portatori di storie – in cui viene sperimentata una forma di interattività che vede il visitatore coinvolto, con modalità fortemente partecipative, nella scoperta del territorio locale, attraverso il racconto dei suoi abitanti.

La prima opera di questo ciclo, tuttora in corso, è nata in una condizione particolarmente partecipativa, durante un workshop a Casablanca nel 2008 (Sensible map). Cinque anni dopo viene realizzata In Principio (e poi), commissionata per il primo Padiglione della Santa Sede alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia e ora parte della collezione permanente dei Musei Vaticani.

La più vicina nel tempo è Miracolo a Milano del 2016, un grande omaggio ai senza dimora della città di Milano e alla scena finale dell’omonimo film di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, pensato per lo spazio stroardinario e segnato dalla storia della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale.

Studio Azzurro nel 2004

Lo sguardo sul lavoro degli altri

Parallelamente alle opere di ricerca e a quelle commissionate, Studio Azzurro ha documentato l’attività di altri artisti, più o meno affini al suo orientamento. Ne è nata una consistente collezione di Videodocumenti che testimoniano momenti particolarmente prolifici per la storia culturale di Milano e toccano il mondo dell’arte, della poesia, dell’architettura, del teatro e della musica. In particolare il festival Milano Poesia 1988-92, la rassegna di mostre che Fondazione Mudima ha dedicato a Fluxus (1990-94), le prime Lezioni di Industrial Design al Politecnico di Milano.

 

La riflessione sul proprio lavoro

A tutte le attività di Studio Azzurro si è sempre affiancata una forte produzione editoriale. L’arte fuori di sé, un manifesto per l’età post-tecnologica (Feltrinelli, 2011), scritto a quattro mani da Paolo Rosa e Andrea Balzola, ha raccolto le riflessioni di trent’anni di pratiche in ambito artistico e didattico, per osservare criticamente il sistema dell’arte e le possibilità di riorientare lo sguardo e le tensioni dei modi di fare arte. Sintomatico il titolo della premessa: coordinate per un’inversione di rotta.

Studio Azzurro nel 2009
Studio Azzurro nel 2010
Studio Azzurro nel 2016
Studio Azzurro nel 2016
Studio Azzurro nel 2019